Roma, 12 ottobre 2020
A sei mesi dall'inizio della crisi sanitaria sono evidenti gli impatti della pandemia sul comparto delle carni bovine italiane. L'offerta nazionale, già in contrazione nel 2019 (-3,6%), accentua pesantemente la tendenza flessiva nella prima metà del 2020, con un calo del 13,6% (48 mila tonnellate di carne in meno) rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
Nonostante al calo dell'offerta nazionale si unisca anche una diminuzione delle importazioni (-8,1% nel semestre, la più importante oscillazione negativa degli ultimi tre anni) i prezzi pagati agli allevatori su base annua rimangono comunque inferiori a quelli dello scorso anno: dal -1% dei vitelloni al -7% del vitello.
A pesare è stata soprattutto la chiusura del canale Ho.re.ca durante il lockdown, che ha colpito tutta la filiera europea, portando un'importante riduzione dei consumi (dal 27% circa della Francia, passando al 35% dell'Italia, fino a oltre il 40% della Spagna). Un calo che ha trovato solo parziale compensazione nel buon andamento delle vendite presso il canale domestico.
A complicare ulteriormente il quadro anche la pressione competitiva del prodotto comunitario, proveniente in particolare da Polonia, Spagna, Irlanda e Francia, che nel periodo di massimo picco produttivo stagionale, si è trovato privato anche di importanti sbocchi sui mercati Extra Ue, riversandosi soprattutto in Italia, data la strutturale dipendenza dal prodotto estero e i prezzi interni più alti.